Lo smart working è ormai una componente strutturale del mondo del lavoro moderno. Se da un lato questa modalità offre dei vantaggi, fra cui un'innegabile flessibilità e un miglior bilanciamento vita-lavoro, dall'altro introduce nuove sfide per il benessere di lavoratrici e lavoratori, che non possono essere ignorate.

Spesso si cade nell'errore di pensare che la sicurezza sul lavoro riguardi solo il luogo fisico dell'ufficio; in realtà, lavorare da casa comporta rischi specifici, dall’ergonomia improvvisata all’isolamento professionale, fino alla difficoltà di tracciare confini netti tra dovere e riposo. In questo articolo esploreremo cosa significa garantire salute e sicurezza in regime di smart working, analizzando le buone pratiche per proteggere il proprio benessere psicofisico.

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1. Smart working e salute: l’architettura della postazione domestica

Il trasferimento dell’ufficio tra le mura domestiche ha generato una frammentazione delle condizioni ergonomiche. Mentre in azienda la sedia, la scrivania e l’illuminazione sono soggette a standard normativi rigorosi (ad esempio UNI EN 1335, UNI EN 527), a casa la persona si trova spesso ad operare in ambienti ibridi, adattando tavoli da pranzo e sedie non ergonomiche alle esigenze lavorative. Questa “ergonomia di fortuna” è un elemento a cui fare attenzione, in quanto può diventare causa dell’aumento di disturbi muscolo-scheletrici (DMS).
La corretta progettazione della postazione di lavoro domestica non è una questione di comfort, ma di biomeccanica. Le linee guida ministeriali e le informative basate sul D.Lgs 81/08 forniscono parametri precisi che la persona è tenuta a replicare.

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Il piano di lavoro (scrivania)

La superficie di lavoro deve essere sufficientemente ampia da consentire una disposizione flessibile dello schermo, della tastiera, dei documenti e degli accessori necessari:

  • altezza: l'altezza standard raccomandata è compresa tra 70 e 80 cm. Un piano troppo alto costringe a sollevare le spalle, creando tensione sui muscoli trapezi; un piano troppo basso costringe a incurvare la colonna vertebrale;

  • profondità: è necessaria una profondità tale da permettere allo schermo di essere posizionato a una distanza adeguata dagli occhi (generalmente tra 50 e 70 cm), e di garantire spazio sufficiente per l’appoggio degli avambracci durante la digitazione, elemento essenziale per scaricare il peso dalle spalle;

  • superficie: deve essere opaca e di colore neutro per evitare riflessi fastidiosi che potrebbero aumentare l’affaticamento visivo.

La seduta

La sedia rappresenta l’elemento critico di chi lavora tanto in smart working. L’uso prolungato di sedie da cucina (rigide, senza regolazioni, spesso troppo basse) è fortemente sconsigliato. Una seduta idonea deve possedere:

  • basamento stabile, per evitare il ribaltamento;

  • possibilità di regolazione in altezza (il piano della seduta deve permettere alle cosce di essere orizzontali e ai piedi di poggiare completamente a terra);

  • schienale regolabile in inclinazione e altezza, con supporto lombare che segua la fisiologica lordosi della colonna vertebrale.

Il paradosso del laptop e il "Tech Neck"

Il computer portatile è lo strumento abilitante dello smart working, ma dal punto di vista ergonomico è intrinsecamente imperfetto se utilizzato per periodi prolungati. La struttura "a conchiglia" unisce indissolubilmente schermo e tastiera, costringendo l’utente a scegliere tra una posizione corretta del collo (schermo alto) e una posizione corretta delle braccia (tastiera bassa).

Le linee guida INAIL sono ben definite: “l’uso dei personal computer portatili [...] rientra nella fattispecie dei VDT (video terminali); permane la necessità di una corretta modalità di uso non prolungato”. Per un uso continuativo, è indispensabile “disancorare” le componenti utilizzando:

  1. un supporto (stand) per alzare il monitor all’altezza degli occhi;

  2. tastiera e mouse esterni.

Ignorare queste norme può portare alla sindrome del "Tech Neck", una condizione dolorosa causata dal sovraccarico dei muscoli cervicali costretti a sostenere il peso della testa inclinata in avanti per ore.

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2. Microclima, illuminazione e impianto elettrico

Quando si parla di smart working, la sicurezza ambientale non è meno importante di quella posturale. Ecco a cosa prestare attenzione.

Illuminazione

L'illuminazione deve essere sufficiente (indicativamente 500 lux sulla superficie di lavoro) e ben distribuita. È fondamentale posizionare la postazione rispetto alle finestre in modo da evitare abbagliamenti diretti (finestra di fronte) o riflessi sullo schermo (finestra alle spalle). L'orientamento ideale prevede la fonte di luce naturale laterale (a 90° rispetto allo sguardo).

Microclima

Temperatura e umidità devono essere controllate. A differenza dell’ufficio, dove l’impianto è centralizzato, a casa il lavoratore deve gestire autonomamente il ricambio d’aria per evitare l’accumulo di CO2 che riduce la concentrazione e causa sonnolenza. Attenzione anche alle correnti d'aria dirette (ventilatori, finestre aperte) che possono causare contratture muscolari.

Sicurezza elettrica

Questo aspetto spesso è sottovalutato, ma invece è molto importante per la. sicurezza personale. L’ambiente domestico deve essere sicuro dal punto di vista impiantistico: è importante non sovraccaricare le prese multiple (“ciabatte”) collegando più dispositivi nella stessa presa e che i cavi siano raccolti onde evitare il rischio di inciampo, che rappresenta uno degli infortuni domestici più frequenti ma spesso sottovalutati nel contesto lavorativo.

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3. Smart working: i rischi invisibili

Se i rischi fisici sono misurabili e tangibili, lo smart working ha portato alla ribalta una categoria di rischi più subdoli: i rischi psicosociali. L'INAIL, nell’aggiornamento della metodologia di valutazione per il 2025, ha inserito moduli specifici per indagare l’impatto del lavoro da remoto, dell'innovazione tecnologica e dell'equilibrio vita-lavoro, riconoscendo ufficialmente che la digitalizzazione non è neutrale rispetto alla salute mentale. Che cosa può succedere?

Isolamento professionale e alienazione

La mancanza di interazione fisica informale – la cosiddetta “water cooler conversation” priva il lavoratore di un importante ammortizzatore sociale. Lo smart working prolungato può condurre a un senso di isolamento e di distacco dalla cultura aziendale (organizational drift). Alcuni studi condotti su campioni di lavoratori in smart working evidenziano come, nonostante una percezione generale positiva legata alla flessibilità, emergano criticità legate alla mancanza di supporto sociale percepito. Il lavoratore remoto rischia di sentirsi “invisibile”, temendo che la propria assenza fisica si traduca in minori opportunità di carriera o in una svalutazione del proprio contributo. Questa insicurezza può alimentare l’iperconnessione comemeccanismo compensativo, quando invece la disconnessione è un diritto.

Burnout e iperconnessione

L’iperconnessione (always-on culture) è l’anticamera del burnout. La dissoluzione dei confini fisici tra casa e ufficio rende difficile "staccare la spina" mentalmente. I sintomi includono esaurimento emotivo, depersonalizzazione (cinismo verso il lavoro) e ridotta realizzazione personale. È fondamentale notare che i rischi psicosociali non sono questioni "private" del lavoratore, ma rischi organizzativi che il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare e mitigare ai sensi dell'art. 28 del D.Lgs 81/08.

4. Smart working e sicurezza: il ruolo delle aziende

Nel contesto dello smart working, la sicurezza evolve verso il concetto più ampio di wellbeing . Le aziende non devono limitarsi a prevenire gli infortuni, ma devono promuovere attivamente la salute, che per il testo unico della Salute e Sicurezza sul Lavoro significa “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.

Le migliori pratiche aziendali mostrano un trend verso la fornitura di supporto “olistico”, che va oltre la semplice selezione di strumenti idonei allo smart working, per abbracciare elementi eterogenei come il supporto psicologico o specifiche politiche di welfare. Scopri le best practice di De Nora per il benessere dei propri collaboratori!

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