Ogni anno nel mondo muoiono quasi tre milioni di persone a causa di infortuni o malattie legate al lavoro. Un dato, rilevato dall’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che rende ancora più evidente l’importanza della prevenzione, come abbiamo raccontato anche nell’articolo sui Dispositivi di Protezione Individuali. Un numero che non scende abbastanza in fretta, nonostante decenni di normative, dispositivi di protezione e procedure. Il motivo? Spesso gli incidenti non dipendono dalla mancanza di regole, ma da come quelle regole vengono - o non vengono - applicate nella pratica quotidiana.

Spesso, infatti, l'efficacia dei sistemi di prevenzione è legata anche a una serie di errori culturali e organizzativi. A dover cambiare è quindi la mentalità con cui si affronta il lavoro.

In questo articolo identifichiamo quattro degli errori più comuni nelle misure di prevenzione sul lavoro.
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1. Cosa sono le misure di prevenzione sul lavoro

Le misure di prevenzione sul lavoro sono l’insieme delle azioni, procedure e strumenti che un’organizzazione adotta per ridurre o eliminare la probabilità che si verifichino infortuni o malattie professionali.

Dalla formazione dei lavoratori alla corretta segnalazione dei rischi, dalla gestione delle emergenze all’uso dei dispositivi di protezione, la prevenzione si sviluppa attraverso buone pratiche che devono essere diffuse in azienda attraverso momenti di formazione specifica.

2. Prevenzione sul lavoro: i quattro errori più comuni

Le misure di prevenzione sul lavoro sono sia standardizzate per settore e attività, sia specifiche per ciascun comparto produttivo. Quali sono gli errori più comuni che si commettono quando si parla di prevenzione di base? Eccone quattro.

2.1 Scorretta valutazione dei “near miss”

Ignorare la catena degli eventi che avrebbero potuto causare un danno è uno degli errori più comuni. Nel gergo tecnico questi si chiamano near miss. In italiano: “mancato infortunio” o “quasi incidente”; ovvero eventi o situazioni impreviste che avrebbero potuto causare un danno, ma che non lo hanno fatto per circostanze fortuite. Tuttavia, giocare con la fortuna è sempre una pessima strategia.

La Piramide di Heinrich insegna che, per ogni infortunio grave o mortale, ci sono centinaia di near miss, “quasi incidenti” che lo hanno preannunciato. Molte aziende investono tempo e risorse solo per investigare l'evento tragico, ignorando la base di opportunità di apprendimento che la piramide offre: ogni volta che capita un near miss bisogna analizzarlo a fondo, ricostruendo la catena degli eventi, domandarsi perché è avvenuto quell’evento: cosa ha innescato la situazione, quali condizioni l’hanno resa possibile, cosa avrebbe potuto aggravarla. Solo così è possibile intervenire sulla causa radice, non sul sintomo - e ridurre concretamente la probabilità che si ripeta.

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2.2 Il paradosso dell'esperienza

Esiste la convinzione che un’esperienza pluriennale sia maggior garanzia di sicurezza. Purtroppo, spesso è il contrario. Lo ha spiegato bene il premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman nel suo bestseller “Pensieri lenti e veloci”: il cervello, per risparmiare risorse, trasferisce le azioni ripetitive dal sistema analitico al pilota automatico. Questo è un metodo efficiente, ma provoca la perdita della cosiddetta “consapevolezza situazionale”. Tradotto: chi fa una cosa da anni, a volte smette di “vedere” ciò che fa. Esegue i gesti, ma non presidia il rischio.

Assieme all’eccesso di fiducia e alla sensazione di invulnerabilità che matura con gli anni di esperienza, secondo SafeStart, un programma di formazione sulla sicurezza basato sul fattore umano, esistono altri tre fattori che rendono particolarmente vulnerabili all’errore:

  • la fretta, che porta a saltare i passaggi di sicurezza;
  • la frustrazione, che dirotta l'attenzione;
  • la stanchezza, che riduce la capacità di giudizio.

2.3 Le barriere comunicative

Il terzo errore è di natura sistemica e relazionale: la sicurezza è anche un fenomeno comunicativo. Gli incidenti complessi avvengono quando i difetti nelle difese organizzative si allineano anche a causa di fallimenti nella comunicazione. Le barriere comunicative possono scorrere in entrambe le direzioni: dall’alto verso il basso, quando il management non diffonde adeguatamente la cultura della sicurezza, non comunica i rischi in modo chiaro o non ascolta i segnali che arrivano dal basso; e dal basso verso l’alto, quando i lavoratori trattengono informazioni critiche per paura di ritorsioni, sfiducia o a causa della gerarchia rigida nella quale operano.

Questo problema si amplifica drasticamente con la gestione di una forza lavoro multiculturale: in ambienti dove coesistono persone di nazionalità e background linguistici e culturali diversi, le istruzioni di sicurezza possono essere fraintese, le procedure risultare poco chiare e la barriera gerarchica può essere percepita ancora più alta per chi non padroneggia la lingua o non conosce le norme culturali del contesto lavorativo. È necessario adottare una leadership partecipativa, che porti management e operatori a confrontarsi attivamente e senza barriere.

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2.4 La conformità “su carta”

Uno degli errori più insidiosi è la tendenza a confondere la conformità documentale (compliance) con la sicurezza effettiva. Ad esempio, avere un Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) aggiornato non significa avere un'azienda sicura se quel documento è frutto di un semplice "copia-incolla", senza un'analisi dei rischi specifici.

Allo stesso modo, quando la priorità assoluta viene data agli obiettivi di produzione e si interviene solo a guasto avvenuto, si espongono i manutentori a rischi elevati legati agli interventi d’urgenza.

Questi sono quattro degli errori più comuni che le aziende (e le persone) commettono quando si parla di sicurezza sul lavoro. Per evitarli è necessaria una transizione verso una cultura di sicurezza basata sulla formazione comportamentale (ad esempio attraverso lo storytelling e le simulazioni), e di valorizzazione della sicurezza come investimento strategico per le persone e per l’azienda.

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